Montevergine: una giornata tra i monti d’Irpinia

Montevergine: una giornata tra i monti d’Irpinia

L’Appennino regala sorprese, molto spesso, inaspettate. Catena montuosa che attraversa l’Italia intera, gli Appennini sono la colonna vertebrale della penisola, attraversando la quasi totalità delle regioni.
Ciò di cui vi raccontiamo è uno dei monti dell’Appennino Campano, all’interno del Parco Regionale del Partenio. Montevergine, un monte che ha storie antiche da raccontare, panorami incredibili da mostrare e luoghi magici da custodire.

Campo Maggiore in piena estate
Campo Maggiore in piena estate

Montevergine: tra storia e leggenda

Montevergine non è semplicemente una montagna. Per chi vive in Irpinia (la provincia di Avellino) e in molti dei comuni del napoletano, è meta di pellegrinaggio e di turismo domenicale. Li, tra le verdi fronde di antichi alberi, si celano storie e leggende che uniscono sacro e profano.
Sul monte, infatti, sorge ed è visitabile l’Abbazia benedettina di Montevergine, fondata da Guglielmo da Vercelli, ma legata anche a storie popolari molto, molto avvincenti.

Boschi del Parco Regionale del Partenio
Una delle fotografie scattate per il progetto “Terre del Lupo – Alla scoperta dell’Irpinia

La leggenda di Virgilio

Montevergine, secondo alcune fonti, prende il suo nome attuale da Virgilio, il poeta dell’Antica Roma.
Qualcuno si domanderà cosa c’entri Virgilio con l’Irpinia, e la domanda è lecita. Il Sommo Poeta, nella sua Eneide, narrò della Valle d’Ansanto, luogo misterioso in cui si pensava vi fosse il passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa valle è situata proprio in Irpinia, nei pressi di un bellissimo borgo medievale: Rocca San Felice, chissà, ve ne parleremo più in la.

Virgilio, stando alle leggende, visse ad Avella (dove è possibile ammirare incantevoli resti di epoca romana) in una maestosa villa. Qui, oltre a scrivere, esercitava anche la magia. E proprio su Montevergine aveva avviato la coltivazione di erbe magiche. Nel tempo la collocazione dell’orto andò perduta – anche se i monaci benedettini utilizzano la preziosa pianta dell’Anthemis per la produzione di un amaro ormai famoso – e con esso tutto il patrimonio di erbe miracolose che il poeta aveva coltivato.
Il nome, però, restò nelle menti delle persone e così, con il passare degli anni, la montagna prese a chiamarsi Monte Virgliano, dunque Montevergine.

Indubbio è che sul monte, in epoche remote, si praticava il culto della dea Cibele, la Magna Mater dei Romani, su cui poi pare fu costruito il santuario che diede i natali all’odierna abbazia.

Campo Maggiore su Montevergine
Campo Maggiore Altopiano oltre la vetta di Montevergine.

Mamma Schiavona e i femminielli

Tra le cose più curiose, e forse più belle, da raccontare su Montevergine c’è, a mio avviso, sicuramente la storia di Mamma Schiavona e i femminielli. Sia chiaro a tutti: è una favola, una storia bella, che trova le sue radici in epoche così antiche che sembra difficile pensare all’attualità di quei fatti…
La Madonna custodita a Montevergine è una delle Madonne Nere, chiamata dal popolo partenopeo e dai fedeli Mamma Schiavona. Ella è anche, nel mix di sacro e profano che caratterizzia l’Irpinia e la Campania, la protettrice del popolo LGBTQ, un tempo ed ancora oggi chiamati “femminielli“.

La storia, a cui ci piace credere, racconta in una delle sue versioni, di questi due giovani innamorati (omosessuali) che non essendo accettati dalla comunità in cui vivevano, nelle terre di Napoli, furono scacciati e poi portati a morire sul monte. Qui, i due, abbandonati a loro stessi soffrivano le pene dell’inverno: neve, aria gelida, animali selvatici e carenza di cibo. Gli amanti, scaldandosi con solo loro amore, stavano per morire quando, non avendo mai smesso di pregare, apparve loro la Madonna, Mamma Schiavona. Ella li guidò ad una grotta in cui rifugiarsi e consentì loro di continuare a vivere degnamente sulla sua montagna.

Ancora oggi, dunque, il giorno della Candelora (il 2 Febbraio) il popolo LGBTQ continua a raggiungere la, a loro sacra, Madonna per ringraziarla. Un festa che da anni, anzi secoli, si ripete annualmente: si parte da Ospedaletto d’Alpinolo, borgo ai piedi di Montevergine, e tra canti, preghiere, balli si raggiunge l’Abbazia di Montevergine seguendo il Sentiero del Pellegrino.

Per chi volesse, a seguire vi riporto il video girato da Zoro a Propaganda Live che vi racconta la giornata della Candelora. Sono certo vi piacerà!



San Guglielmo da Vercelli

Storia riconosciuta, ormai, come ufficiale è quella che vede Gugliemo da Vercelli fondatore dell’Abbazia di Montevergine. Santo protettore d’Irpinia, ha dato i natali anche ad un altro luogo di culto importantissimo per la provincia di Avellino: il Santuario del Goleto, nei pressi di Sant’Angelo dei Lombardi.

Il lupo di San Guglielmo da Vercelli sul portone della chiesa di Montevergine
Il lupo di San Guglielmo da Vercelli sul portone della chiesa di Montevergine

Guglielmo da Vercelli è il santo protettore dell’Irpinia, ed il suo animale simbolo è il lupo. Appare chiaro il legame con l’animale che per secoli ha regnato sovrano sui monti dell’Appennino Campano (ed italiano in generale) non appena si giunge alle porte dell’Abbazia. Due teste di lupo, in bronzo, ci accolgono.

La storia del santo inizia nel 1085. Nacque a Vercelli e, secondo una versione della storia, che ci pare anche quella più avvincente e bella da raccontare, con cavallo, armatura e spada decise di recarsi in Terra Santa. Lungo il viaggio fu costretto a fermarsi nei pressi di Atripalda (comune prossimo ad Avellino). Qui soggiornò per qualche tempo, dedicandosi frattanto alle riparazioni necessarie a tutto il suo armamentario.
Nel trascorrere del tempo s’avventurò per i dintorni e quando fu baciato dal Signore decise di abbandonare i suoi propositi per fermarsi in queste terre. Qui iniziarono anche i primi miracoli.

Quello che forse si ritiene il più famoso avvenne a Montevergine, dove s’era recato in eremitaggio. Sul monte, ambiente aspro, s’accorse che avrebbe potuto abbeverarsi ad una sorgente ma, per via della natura maldestra, radici e rovi ne intorbidivano l’acqua. S’accorse che un’orso ed un lupo s’abbeveravano alla sorgente, si fece coraggio e parlò loro. Le feroci bestie l’ascoltarono, si fidarono, e l’aiutarono a spostare rovi, rocce e terra e a costruire un piccolo e pulito abbeveratoio. Poterono, così, godere di acqua pura insieme.
I miracoli pian piano giunsero sulle labbra di tutti. Le genti iniziarono a recarsi presso la sua grotta, ed allora Guglielmo decise che fosse giunto il momento di costruire una chiesa in onore della Madonna. Nacque così la prima Abbazia, di rodine benedettino (virginiano) e iniziarono a radunarsi i primi monaci.
Da li si spostò, raggiunse altri luoghi (Sant’Angelo dei Lombardi, ad esempio) e fondò nuove comunità monastiche, sia in Irpinia che in Puglia, insieme a San Giovanni da Matera. Nel 1142 morì.

Una giornata a Montevergine

Metti una giornata di fine luglio, un tiepido sole che mette il desiderio di vacanza e la voglia di respirare il profumo dei boschi. Metti di essere in Campania. Dunque, perchè non fare un salto a Montevergine?
A pochi chilometri da Avellino, a circa 40 minuti da Napoli, mezz’ora da Salerno e da Caserta o Benevento, si presta ad un’ottima escursione culturale, religiosa o naturalistica.

Noi abbiamo deciso di fare visita a Mamma Schiavona. Ed ammetto che dopo aver trascorso un po’ di tempo lontano, quel monte, e l’Abbazia, mi mancavano. Siamo partiti da Avellino, dopo una colazione “tradizionale” con un babbà della famosa pasticceria De Pascale ed un caffè.
Raggiunto il comune di Mercogliano, seguendo per Ospedaletto, ci si imbatte nella prima scelta: auto o sentiero?

Stavolta abbiamo optato per l’auto, soprattutto per questione di tempo. La salita lungo il Sentiero del Pellegrino richiede almeno un paio d’ore.

Il sottobosco del Parco Regionale del Partenio

I tornanti, quasi tutti panoramici, si susseguono sinuosi e conducono fino allo spiazzale antistante l’Abbazia di Montevergine. Abbiamo facilmente trovato posto, complice il periodo storico, e lasciato dunque l’auto ad un centinaio di metri dall’ingresso principale. La temperatura dell’aria era già più bassa rispetto alla città situata in valle.

Dopo i controlli della temperatura abbiamo potuto fare ingresso nella corte interna dell’Abbazia, dunque salire le scale e raggiungere la chiesa antica. Una volta entrati cala il silenzio, e come è lecito aspettarsi i devoti sono tutti incantati a guardare Mamma Schiavona. Dopo anni d’assenza è tornata nella chiesa antica e domina, nera e dorata, sui fedeli. E’ bella, Mamma Schiavona (la potete vedere nelle foto della galleria sopra).
Frattanto nella chiesa nuova, più grande e più moderna, ed anche meno suggestiva i monaci erano intenti a recitare la messa.
La chiesa nuova fu costruita a seguito del progetto di ampliamento dell’Abbazia, e come a San Gerardo (altro luogo di devozione e fede in Irpinia), ha finito per inglobare la struttura più antica, affiancandola e non distruggendola.

Il Beato Giulio e la sala dei voti

L’Abbazia custodisce storie, segreti, reliquie (qui fu portata la Sacra Sindone durante la Seconda Guerra Mondiale) e mummie. Ebbene si, a Montevergine c’è una mummia: il Beato Giulio. Fu monaco, in vita, presso l’Abbazia, ed in antichità i “fratelli” defunti venivano posti in scolatoi. La temperatura, i livelli di umidità, l’assenza di luce e fattori esogeni, hanno consentito al corpo di mummificarsi. Quando furono scoperti gli scolatoi, purtroppo, si salvò solo questo corpo, oggi conservato con cura in una teca ed a cui vengono attributi miracoli e guarigioni. Non a caso è nella sala dei voti.

Sulle pareti ci si perde negli ex voto. E dalla finestra si può lanciare lo sguardo su tutto il territorio della provincia.

Sala dei presepi di Montevergine
La mostra permanentee dei presepi dell’Abbazia di Montevergine

Il reliquiario e la mostra permanente dei presepi

Uscendo dalla chiesa, sulla destra si incontra l’ingresso alla mostra permanente dei presepi e poco più avanti al reliquiario. Quest’ultimo era chiuso per via delle restrizioni dovute al Covid-19, ma quando aperto appare come una cripta in marmo bianco e drappi rossi, e sulle pareti ossari e svariate reliquie di santi noti e meno noti.

La mostra permanente dei presepi, invece, custodisce opere di epoche diverse: da presepi enormi della tradizione napoletana a piccole natività lavorate da artigiani dei luoghi più disparati del globo. E’ una piccola e piacevole passeggiata in una delle tradizioni campane, meridionali ed italiche legate al Natale.

Panorama sul Vesuvio da Montevergine
Panorama sul Vesuvio da un costone oltre la vetta di Montevergine

Campomaggiore: rapaci, pecore e panorami

Una volta abbandonata l’Abbazia, a piedi o in auto, si può raggiungere uno dei luoghi più cari agli avellinesi: Campomaggiore. Montati in auto, acceso il motori abbiamo puntato dritti alla radura che si trova oltre la vetta. Per raggiungerla è bene stare attenti: voltando a destra, dopo la galleria, si rischia di finire nel territorio della ex-Base NATO (ancora oggi interdetto ai civili), mentre a sinistra inizia la discesa.

Dopo qualche chilometro tra alberi colorati, accompagnati dal silenzio del bosco, abbiamo raggiunto Camponaggiore. Ad attenderci, come consuetudine estiva, batuffolose pecore al pascolo e i soliti aggressivi cani da pastore, qualche rapace in cielo (tante poiane, ma anche falchi) e il vento.
Purtroppo, nei periodi estivi, il tanto verde dei prati e degli alberi un po’ sbiadisce lasciando spazio al giallo, ed il laghetto si asciuga. Resta la quiete, ed il piacere di perdersi nella natura e nei pensieri.

La buca di Camponaggiore
La buca di Camponaggiore

A pochi passi dal laghetto, misteriosa, è la buca di Campomaggiore. La buca, di cui poche informazioni si trovano, è un foro perfettamente circolare e profondo qualche metro. Pare essere una formazione calcarea naturale, per quanto stravagante. Qualcuno l’associa alla Guerra Mondiale, e all’attacco degli Zeppelin avvenuto sul monte. Pare una tesi alquanto improbabile.

Inutile aggiungere che, conoscendo il dove, da li su si può ammirare un incredibile panorama: si vede il Vesuvio, ad un tiro di schioppo, il golfo di Napoli – e nelle giornate terse anche Ischia e Capri -, il golfo di Salerno, Pizzo San Michele e tutti i monti che proteggono la Costiera Amalfitana dai venti dell’entroterra. E’ uno di quei panorami che, sentendolo mio, porto dentro sempre e di cui, ogni tanto, soffro la mancanza.

Terre del Lupo

Alcune delle fotografie che trovate nell’articolo sono firmate “Terre del Lupo“. 
Sono frutto di viaggi, trekking, esperienze on the road fatte tempo addietro per il progetto di promozione della provincia di Avellino, intitolato, per l’appunto, Terre del Lupo – Alla scoperta dell’Irpinia.

Il lupo, insomma, è un po’ il fratello maggiore della scimmietta. 

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